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lunedì 12 novembre 2007

VOLONTARIATO E GIUSTIZIA

Inblostro, il blog di Inchiostro è lieto di pubblicare un intervento di Vincenzo Andraous

Nei giorni scorsi sono stato invitato come relatore a un corso di formazione di volontariato-giustizia, rivolto ai nuovi volontari che entreranno in un istituto penitenziario a svolgere la loro opera di accompagnamento, divenuta nel tempo fondamentale per il recupero del detenuto, nonché a disegnare gli attuali processi di cambiamento e la molteplicità delle sindromi a rischio.La domanda che più spesso è stata posta: cosa si possa fare per essere maggiormente incisivi, per essere o diventare un volontariato davvero di aiuto.

Per arrestare la deriva carceraria occorrono competenze professionali e capacità comunicative, attraverso la messa in rete, strumento di intervento in cui interagiscono le idee e le intuizioni, che a loro volta diventano terreno fertile per la sperimentazione di innovazioni necessarie a non rimanere fuori dalla porta del tempo, per evitare al carcere un futuro di ulteriore degradazione. Allargando la referenzialità a tutta una collettività attenta, si spingerà il volontariato a presentarsi come una realtà efficace, non frammentata, mai elitaria, bensì autorevole e quindi credibile.

In questa direzione vi è la possibilità di consegnare a quella sorta di terra di nessuno, occasioni e opportunità di cambiamento, certamente richiesti in primis al detenuto, ma allo stesso tempo all’organizzazione penitenziaria, per sostenere quelle modifiche tendenti al superamento delle consuete pratiche del mero contenere, a discapito del recuperare le persone detenute, nella semplicità del confrontarsi sui problemi che alimentano demotivazioni, e spesso rese ingiustificate.

Fare rete significa perseguire obiettivi comuni e condivisi, essere volontariato sottende contrasto all’emarginazione, significa essere voce degli esclusi, perciò assumere fin’anche un ruolo politico: un volontariato autorevole non accetta di svolgere supplenze, né di colmare vuoti istituzionali, perché sarebbero soluzioni di paglia, significa lavorare per una sinergia degli obiettivi comuni costruita sui mattoni della carta costituzionale.

E’ attraverso l’impegno e la collaborazione che sarà possibile smetterla con un dispendio sorprendente di parole truccate, tutte, o quasi, formulate con voce di tuono, per far passare in sordina leggi partorite da buona politica, che però rimangono solo carta scritta.
Forse occorre re-interrogarsi, imparando a credere non più negli acquartieramenti ideologici, ma alla possibilità che attraverso sensibilità diverse si possa giungere allo stesso obiettivo: riconsegnare alla persona un senso, attraverso la storia di un uomo e di una croce, o la storia di tanti altri uomini che lasciano dietro di sé orme e tracce indelebili, alle quali è impossibile sfuggire.

Quando incontro il mondo del volontariato mi viene da pensare ad un sacerdote che non c’è più, Mons. Giuseppe Baschiazzorre, per tanti anni Cappellano del Carcere di Voghera, con la sua straordinaria capacità di essere e continuare a rimanere tra incudine e martello, essere sacerdote tra l’alto e il basso della piramide, essere e rimanere santo di fronte al male, fino a raggiungere il cuore più nero.

Vincenzo Andraous

domenica 9 settembre 2007

UNA PARTE DI MONDO BRUTALMENTE MUTILATO

Inblostro è lieto di pubblicare un post di Vincenzo Andraous

Accedere a internet, viaggiare e cambiare sistematicamente percorso appare come una liberazione, perché c’è sempre la possibilità di sganciarsi dai tanti interrogativi che opprimono. Eppure non è sempre così. Inavvertitamente cliccando su una opzione è apparso un filmato sulla guerra in Cecenia ( poi ho scoperto che ci sono molteplici filmati prodotti da tutti i contendenti in campo ).

Tutte le guerre, ogni conflitto, detiene il proprio record di orrore, di sangue, di strategie più o meno involute e più o meno sofisticate, per cui lo sbalordimento è mitigato dall’eccesso mediatico che ogni giorno ci investe per tramite della televisione.
Eppure nell’osservare il filmato su quella parte di mondo brutalmente mutilato, ho riflettuto sulla follia di nascondere all’umanità la cancellazione di ogni diritto, tranne quello di morire in silenzio: infatti le televisioni non trasmettono nulla o quasi di quel genocidio.

A differenza di altre parti del pianeta in fiamme, dove intere città, persone e cose, sono fotografate tra gli scoppi al plastico e i cappi in bella mostra, in Cecenia macellai e carne da insacco, a ruoli alterni e ben delineanti, sono e rimangono ben mimetizzati, mentre una intera nazione, un intero popolo, sono polverizzati sotto il tallone di un imperativo categorico, quello della vittoria a tutti i costi, poco importa se a discapito della democrazia.
In medio oriente la violenza, i bombardamenti, sono, sì, inaccettabili, ma è documentata l’incoffessabilità tra soldati e ribelli, le strategie disumane, le statistiche di chi cade e muore, su chi vive e violenta.

In paesi deturpati, violati, massacrati, c’è comunque il colpo di coda della democrazia, anche quella che veste i panni degli interessi, dei confini a aprire a occidente, quella democrazia che non è proprio figlia di una pluralità che valorizza le differenze.
Ma ci sono guerre diverse, non per giustezza di essere tali, la guerra è sempre sbagliata, sono diverse perché hanno perso di vista il proprio limite, il proprio delirio di onnipotenza, badando unicamente al risultato da ottenere, attraverso la negazione a riconoscere il valore della vita umana, in particolar modo di quanti sono minoranza.
Ci sono guerre e contendenti in campo, ci sono bandiere e ingiustizie, ma nel sangue che scorre a fiumi, c’è pure la dignità di un mondo che osserva a fare la differenza.
In Cecenia a ogni uomo è stato tolto passato, presente e futuro, depredata la propria storia, e lo si continua a fare nel silenzio più colpevole, un silenzio-assenso diventato ladro di coraggio umano, culturale e politico, un silenzio dimentico di un preciso dovere, di un irrinunciabile valore, quello della giustizia, la quale induce a schierarsi apertamente verso coloro che non vedono riconosciuti i propri diritti, quelli elementari della libertà.

Quella giustizia che non sta in nessuna guerra di religione e di petrolio, bensì consente di comprendere chi è calpestato nei suoi inalienabili diritti, tra cui quello di poter vivere e non più sopravvivere.

Vincenzo Andraous

domenica 2 settembre 2007

RICONCILIAZIONE O VENDETTA?

“Inchiostro, il giornale degli studenti dell’Università di Pavia” in occasione della II edizione del Festival Internazionale dei Saperi presenta: “Riconciliazione o vendetta? Bulli - carcere – comunità”, ultima opera letteraria di Vincenzo Andraous.

Venerdì 7 settembre alle ore 17:00 presso l’aula L4 di Palazzo San Tommaso dell’Università degli studi di Pavia, in compagnia di Vincenzo Andraous, di Don Franco Tassone e dei ragazzi di “Inchiostro” sarà possibile assistere alla presentazione del libro e al dibattito.

Sarebbe impossibile, o almeno fuorviante, recensire un libro di Vincenzo senza conoscerne il percorso personale. Lo si paragonerebbe a uno di quelli psicologi saccenti che partecipano ai talk show in occasione di tristi fatti di cronaca. Vincenzo non ha la loro boria e saccenza. Lui pensa col senno di chi ha fatto un’esperienza e ha maturato una riflessione distaccata e consapevole.

Il carcere, l’attività di volontario e di educatore nella “Casa del Giovane” di Pavia, il rapporto con gli adolescenti e i loro problemi, che sono poi quelli di una società in evoluzione, questi sono alcuni degli argomenti del suo ultimo libro “Riconciliazione o vendetta? Bulli - carcere – comunità”, composto da articoli pubblicati su “Avvenire”, “Inchiostro” e altri giornali.

Riflessioni che non sono meccaniche, astrazioni nozionistiche da esperti tivvù. Sono riflessioni che vanno a trovare attimi di umanità dove la gente non se li aspetta, suscitano degli scatti emotivi: i racconti delle sue esperienze quotidiane non possono lasciare indifferenti.

giovedì 23 agosto 2007

IL MONDO ADULTO CHE DISASTRO

il vostro blog preferito è lieto di ospitare un post di Vincenzo Andraous

In questa estate di divertimenti gli esami di riparazione fanno capolino, viene da dire “a volte ritornano”, ma forse è meglio richiamare attenzione e sensibilità diverse nel promuovere qualche sano esame di coscienza.
Nonostante il sipario sia calato, è meglio non dare tregua, spazio e possibilità di ritemprarsi a quel maledetto vigliacco a nome bullismo: forse è meglio non concedere vacanza alla mente e al cuore, per tentare di porre rimedio a un disagio relazionale che ci coinvolge tutti.
Forse è il caso di conoscere meglio quel vicolo cieco, dove bulli e vittime recitano la loro parte, dove è semplice andare a sbattere la testa, e diventa assai più difficile rialzarsi, perché non c’è nessuno a cui chiedere aiuto, non c’è nessuno più in là del buio della solitudine, più in là della nostra malcelata fragilità.

Chissà se in questo intervallo almeno per una volta sapremo ripensare a noi adulti, compromessi e stanchi, ma finalmente consapevoli del nostro ruolo e della nostra responsabilità.
Il bullo, la vittima, la scuola: c’è una circolarità, un inseguimento a ritroso, come se ogni violenza e sofferenza derivassero da una dimensione di apprendimento meccanica, una polarità nell’istruire e educare, dove però non è sufficiente imparare a fare qualcosa con le parole e con i numeri, ma bisogna imparare a vivere comprendendo il valore degli altri, e a convivere con chi è diverso da noi, e soprattutto con quanto è sinonimo di regola, perché se anche ci limita, possiede l’irrinunciabile principio della tutela, soprattutto per i più esposti a incassare i colpi bassi dell’arroganza.

Il mondo adulto è l’origine del disastro, la scuola preposta a educare, accogliere, accompagnare, le agenzie educative primarie come la famiglia, i soliti ignoti che non intendono parlare dei rapporti con i figli, perché significa mettersi in discussione, spazzare via le giustificazioni, e trovare finalmente il tempo da “buttare via”.
Questa dovrà essere l’estate del coraggio per coloro che dovranno farsi promotori di un nuovo progetto, che comprenda, sì, la trasmissione di conoscenze e capacità intellettuali, ma che non dimentica una strategia formativa delle passioni, affetti, sentimenti, affinché avvenga serenamente l’incontro con le emozioni.

Dibattiti e supervisioni saranno senz’altro interventi importanti per tentare di prevenire ulteriori forme di disagio-bullismo, ma risulteranno sterili se si obietterà con il silenzio a un genitore che insegna al proprio figlio di non ritornare a casa un’altra volta ammaccato, perché ne prenderà delle altre se alla prossima non le darà via per primo, a un altro genitore che ribadisce di non fidarsi mai di nessuno perché tutti ti fregano.
In questa esaltazione della forza fisica, della sordità verso una socialità che dovrebbe favorire il consolidarsi del rispetto per l’altro, c’è il radicamento di una convinzione grossolanamente errata, così eloquente e pericolosa, da non poter più esser presa sotto gamba: “i giovani distruggono e i più grandi si autodistruggono, mentre gli adulti così avidi di cose da raggiungere a tutti i costi, se ne stanno da un’altra parte”.

Vincenzo Andraous

sabato 11 agosto 2007

LA DISLOCAZIONE DELL’ATTENZIONE

Inblostro, il blog di Inchiostro è lieto di presentare un post di Vincenzo Andraous


Sul carcere italiano non si odono più lamenti sospetti, né si consumano notizie scandalistiche per tentare di restringerlo a una sorta di terra di nessuno. Da qualche tempo è stato studiato un progetto di eccellenza per renderlo inanimato, per cui la tutela del cittadino detenuto, la salvaguardia della società, l’interesse collettivo, sono incentrati sul principio della sicurezza, la quale rafforza la propria efficienza e susseguente efficacia attraverso uno strumento a dir poco sbalorditivo: il silenzio.
Tutto è possibile e tutto è accettabile a fronte di un paese messo alle corde dall’incertezza, tutto è legalitario, anche l’ingiustizia programmata, per non fare trasparire un disagio economico che aggredisce i più deboli.

Il problema microcriminalità investe da vicino in tutta la sua fisicità il cittadino, che percepisce la città tagliata a metà da furfanti e belligeranti antisociali, e ogni ruberia e atto sanguinario come risultato di un buonismo inaccettabile.Ma occorre fare i conti con la realtà paradossale che ci incalza, da una parte la politica da palco che pungola gli stati emotivi, dall’altra parte le armate mediatiche drogano a piacere l’informazione, per cui le coordinate tracciate indicano nelle tribù di stranieri il pericolo debordante e incombente, mentre i delinquenti medagliati dall’indulto fanno spargere lacrime e sangue, per cui è con il carcere che occorre compensare il gap, mobilitando la confusione e moltiplicando le iniziative a senso unico.



E’ chiaro che il delitto offende e umilia, niente è perdonabile nel suo immediato, ma forse occorre più parsimonia dell’ascolto, in una quotidianità allarmante, che richiede capacità di intervento ma soprattutto equità di giudizio. Scippi, rapine, morti ammazzati, sono la tragedia di un paese, ma dislocare l’attenzione su un versante piuttosto che su un altro, non favorisce giustizia, sottende ipocrisia nei numeri taroccati a dovere, nei morti sul posto di lavoro, provocati da coloro che fanno ressa al botteghino della sicurezza. Nelle case, nei focolari domestici, pedofili e violenti imbrattano le adolescenze, mentre sull’uscio alzano la voce per avere maggiori garanzie.

Il carcere finisce con l’essere non più luogo e tempo di ricostruzione umana, bensì spazio adibito a chiudervi fobie e inculture, permanenze esistenziali disadattate in progettazioni a costo zero. Eppure il silenzio avvolge l’area problematica carceraria, nel silenzio alla rieducazione si sostituisce la pratica del mero contenimento fine a se stesso, nel silenzio si muore a ripetizione, in un carcere svuotato come in molti si sono affrettati a gridare, dove non c’è più sovraffollamento e gli operatori possono dimostrare capacità professionali e umane: ebbene la somma della detrazione alla vita, incredibilmente è andata aumentando, ma forse si tratta di suicidi poco importanti, che non scompongono il senso di sicurezza.

Il carcere che non c’è, anzi sì, in tutto il suo fisico fisiologico, mentre scompare l’ideale, irrompe il mutamento, la pratica che non guarda più alla persona detenuta, all’individualità da reimpostare, piuttosto a un evento, a comportamenti, che sono un pericolo diffuso. Ecco che la galera non ha più senso come luogo di speranza, ove riconsegnare all’uomo dignità, il contenitore e i numeri sono la sintesi per indurre illusoriamente a un’efficienza a minor costo, con grande soddisfazione di quelli che guardano al carcere senza porsi interrogativi, e di quegli altri che non guardano al carcere ma si fanno tante belle domande.

giovedì 2 agosto 2007

LA RAZZIA DEGLI INTELLETTI

Inblostro, il blog che non va in vacanza è lieto di ospitare un post di Vincenzo Andraous.

Mi chiedo spesso perché sull’extracomunitario da rimandare alla riva opposta, ci si spende in tanti, mentre sono davvero pochi quelli che prendono in considerazione con lo stesso furore ideologico la possibilità che c’è un’altra umanità, ed è lasciata al caso, peggio, dimenticata sul ciglio di una strada, quasi sempre sotto gli occhi indifferenti del cittadino.

E’ disumana la razzia degli intelletti posti sotto il tallone delle ideologie fast food, ma forse ancor più miserabile è l’accettazione di un massacro di carne e ossa e sentimenti così ben consolidato da non creare ulteriore vergogna: l’assassinio sistematico degli animali attraverso la pratica ben oliata del loro abbandono.

Certamente sono due intendimenti diversi, ma entrambi forme occulte di razzismo, comportamenti imparentati all’incultura, per cui ci si rifiuta di integrarsi da una parte, di fare proprie le regole del vivere civile dall’altra.
Sono operazioni neppure tanto sottotraccia, che hanno la pretesa di passare inosservate nel rifiuto a osservare quelle misure di prevenzione, che sono sinonimo di promozione e accoglienza umana.

In questo vicolo cieco, andare a sbattere non è casuale, la domanda scava nel fianco, mal tolleriamo i diversi da noi, e mal operiamo per renderli cittadini migliori.
Così ogni giorno raccogliamo animali abbandonati, raccattiamo resti inguardabili di animali lacerati, animali denutriti, picchiati, lasciati al sole e alla catena, senza acqua e senza cibo.
L’incultura più pericolosa è proprio il non rispetto dell’altro, perché è sostanza estranea al fattore umano che dovrebbe ricorrere in ognuno di noi, quando anche un animale in quanto essere e fratello vivente, è preso a calci, con l’impunità che deriva dal concetto tutto italiano, che tanto è costume, è tradizione, che al primo caldo si sciolga l’affetto e l’alleanza con l’amico a quattro zampe.

Non credo di essere razzista a fare questi accostamenti, non riconosco piani differenti sul valore universale della solidarietà e sul richiamo a fratellanze allargate, non nutro sentimenti di avversione per chi è diverso da me culturalmente o per epidermide più o meno abbronzata dalla natura, ma neppure intendo avallare la stortura di un potere che muove le sue pedine per darla a bere a questo e a quell’altro, per rendere meno indigesta l’inadempienza a discapito della giustizia, la quale tutela l’uomo, e non accetta distacco per l’ammazzamento persistente degli animali.

Vincenzo Andraous

sabato 7 luglio 2007

“Vince, mia figlia non c’è più”.

Inblostro, il blog di Inchiostro è lieto di pubblicare un articolo di Vincenzo Andraous

“Vince, mia figlia non c’è più”.
Al telefono queste parole risuonano da lontano, come fossero lanciate sotto carico, non sferzano lo spazio, non corrono appresso al tempo, sono parole che giungono incespicando.
Il telefono crea alleanza, non separa, come invece fanno queste parole non più riconoscibili, perché posseggono il suono della smemoratezza, scompaiono i segni, le linee, i numeri dei tanti giorni trascorsi insieme, è l’ammasso dei ricordi, dei sentimenti, della gioia mutata a detriti sparsi qua e là, macerie scomposte sulla miseria umana, che toglie, che accorcia, che non consegna altro sostegno.

“Vince mia figlia non c’è più”, come una spirale che penetra con furore all’orecchio, c’è difficoltà a immaginare, a raccontare, il volto devastato di un padre inchiodato ai legni di questo presente, dove c’è paura di incontrare la pazzia.
I pensieri sbandano, cozzano sulla ragione, forse è un diritto gridare a nostro Dio di tutti i giorni, di quelli belli e di quelli brutti, nostro Dio da quando sono nato, cos’hai fatto di me in questa figlia che non c’è più.
Forse è giusto ritenere furfanti le domande quanto le risposte, pronte e imbellettate, destinate a non resistere al taglio della disperazione.
La morte disorienta come le stagioni che sono state promesse e non sono state mantenute, senza una riga di scuse, con ritardo mal pagato.

Quando qualcuno lascia la mano stretta alla tua, e le orme scompaiono, è nel dolore che assale l’interrogativo, con quale diritto Dio rende così povero l’uomo, con quale pretesa ridurre a demente il lago, la montagna, il mare, nella famiglia di ieri, nel lutto incomprensibile di oggi.
“Vince mia figlia non c’è più”, con quale diritto Dio prende la mia rosa e la mette da parte, come può esser giusto l’ingiusto.

In quanti pezzi il cuore può esser spezzato, quanta disperazione può essere umana, quanto amore c’è nel chiedere conto a Dio di questa fretta che non consente al filo di erba di crescere.
Eppure in quel padre spaccato in due su tutti i ricordi, su tutte le mani tese, c’è Dio, c’è Fede, c’è Speranza, sopra un’abbandono che diventa attesa viva, occorre pregare, e credere che nulla è vano, perdutamente incomprensibile, è necessario pregare per ricordare: “quando sei nato stavi piangendo, e tutti intorno a te sorridevano.
La rosa di lassù, ora, è l’unica che sorride e ognuno intorno piange”.

Vincenzo Andraous

martedì 3 luglio 2007

Quel silenzio che fa rumore

Postiamo un articolo di Vincenzo Andraous: una riflessione sulla situazione del carcere in Italia.

Sul malandato carcere italiano è sceso il silenzio, da qualche tempo non se ne parla più, come se improvvisamente ogni suo problema fosse andato a soluzione. C’è davvero da sbalordire per tanta efficienza e efficacia.

Qualsiasi misura sia stata messa in atto per giungere a tanto, merita davvero apprezzamento, persino il famoso e vituperato indulto.

Le nostre carceri si sono accettabilmente svuotate, il sovraffollamento è solo un brutto ricordo, gli operatori penitenziari finalmente sono nella possibilità di prendersi delle meritate ferie, i detenuti, per intenderci quei pochi rimasti, sono nelle condizioni di iniziare un percorso di destrutturazione-ristrutturazione, vivendo e non più sopravvivendo, e cosa non di secondo piano, i suicidi sono drasticamente calati… se non addirittura scomparsi.

Insomma, l’Amministrazione Penitenziaria non ha più alcun problema endemico, non c’è più irrisolvibilità né tragicità, ogni cosa è andata al suo posto.

Decenni di brutture, di incomprensibili invivibilità, di drammi inascoltati, di inciviltà giuridica e sociale, in un battito di ali: tentennamenti e ambiguità cancellati.

La conferma di tutto ciò il blackout dei signori della comunicazione e dei riferimenti istituzionali, mutamenti vocali per costruire una condizione solidarmente costruttiva.

Se il carcere non fa parlare più di sé in termini negativi, vorrà dire che ha raggiunto un grado di maturità tale che il mero assistenzialismo ha lasciato il posto a quella sinergia di intenti, tutti improntati all’individuazione degli strumenti di lavoro, che sanno riordinare le coscienze.

Forse nelle celle non si muore più di silenzi strangolanti, di solitudini imposte, umiliati e dimenticati, nei corridoi ci si incammina per andare al lavoro, perché finalmente è possibile chiedere aiuto, soprattutto è giunto il momento dell’accompagnamento alla consapevolezza.

Eppure… in questo panorama disinformato e disinformante, che pretende un carcere non più oppresso da carichi di disumanità indicibili, in questo silenzio istituzionalizzato, c’è davvero il cambiamento culturale auspicato?

Chissà se è così, ma quando il silenzio cala come una mannaia, anche le grida più disperate perdono suono, rumore, interesse.

Questa è politica, anzi è pratica della politica, che non ha più titoli da spendere per dare senso alle occasioni che si presentano per un cambiamento reale.

Riforme, innovazioni, progresso, vuote parole in enormi parole-valigia, neppure tanto leggibili nelle pagine che rimangono bianche, impregnate di panico a fare, a dire, a dare finalmente un senso vero alla pena, affinché non tolga ancora e ancora dignità alle persone, nella pretesa di riconsegnare uomini migliori alla collettività

sabato 23 giugno 2007

LA SCUOLA DELLA LINEA MAGINOT A DIGA DEL BULLISMO

Inblostro, il blog di Inchiostro è lieto di pubblicare un articolo di Vincenzo Andraous

La scuola chiude i battenti anche per quest’anno, e ancora una volta nelle classi gremite di alunni di oggi e professionisti di domani, ho avuto modo di incontrare vittime e carnefici, in quel bullismo endemico all’istituzione scolastica come alla collettività all’intorno.
Mi sono confrontato con la prima linea professorale, cosiddetta Maginot, per professionalità, e esperienza educativa, ma anche con quell’altra della retrovia, e ho incontrato quella genitorialità che non ammette sentenze di appello, quando si tratta dei figli altrui.
Il fenomeno del bullismo è un problema relazionale, che attraversa le nostre famiglie, scuole, città, strade, a causa delle nostre ripetute e reiterate mancanze e inefficienze, e nessuno può sentirsi autorizzato a non farci i conti.

Per tentare di arginare questo cratere di diseducazione virulenta, è necessario non fare spallucce alle nostre lentezze, e soprattutto alle nostre belle certezze, che non ci consentono di conoscere fino in fondo i dubbi che delimitano aree problematiche di così grande spessore e pericolo per un futuro a misura di uomo. E’ l’esperienza a darmi man forte, è la somma degli errori a rendere obbligante un intervento che non può essere procrastinato, tanto meno amputato nella sua incisività da forme di rigetto baronali o peggio padronali, in ambiti che sono demarcati da confini, sì, sottili, ma diventati frontiere da percorrere in lungo e in largo per conoscerne le reali misure di contenimento.
Indipendentemente da chi farà un passo indietro per porsi dove c’è l’intera panoramica da indagare, è in quest’ottica che dovranno essere presenti quattro poli convergenti: genitori, insegnanti, studenti, territorio, per comunicare tra loro e trasmettere informazioni, movendo una sinergia non di facciata, ma realmente improntata al raggiungimento di obiettivi comuni.
La scuola è di tutti, soprattutto è comunità e condivisione, allora ciascuno abbia il coraggio di mettersi nei panni dell’altro, e una volta tanto, lo faccia con voce liberante, obbligando la scuola, e così se stessi, dalle gabbie di partenza, quelle recintate con il filo spinato delle deleghe inospitali.

Occorre sfuggire a quegli atteggiamenti ottusi, in cui è difficile affrontare con un minimo di onestà e umiltà il dibattito per arginare il fenomeno del bullismo, e in cui si preferisce rifugiarsi in fuorigioco, creando una disattenzione che autorizza l’accantonamento del rispetto delle regole, premiando i soliti furbetti dallo spinello facile. Occorre sul serio prendere in esame iniziative volte a indagare non più e non solo il mondo degli adolescenti, ma quello adulto, e non solo a scuola.

E’ necessario approntare servizi di consulto nell’istituzione scolastica, affinché chi è deputato a leggere oltre che a scrivere un voto, possa ritrovare equilibrio e serenità per riconquistare rigore e autorevolezza, rientrando a pieno titolo nel gioco delle relazioni. Forse è anche il caso di spiegare a chi genitore lo è, sulla carta, che lo è pure sulla linea mediana della tutela, e che solamente insieme si fa promozione, e prevenzione, sviluppando capacità di partecipazione per progettare interventi rivolti ai ragazzi, azioni di sostegno e accompagnamento urgenti in attesa dell’incontro con il proprio futuro.

Vincenzo Andraous

sabato 9 giugno 2007

La vergogna del sangue

Inblostro, il blog di Inchiostro è lieto di pubblicare un post di Vincenzo Andraous

E’ incredibile come il passato ricomponga la sua trama sulle macerie del presente, rivestito di disattenzioni e disamore per la verità.
La televisione ed i quotidiani ci mostrano cortei a favore della liberazione della Lioce, dei brigatisti in carcere, di quanti sono sottoposti al 41 bis, al carcere duro.
La città dell’Aquila è attraversata dai vecchi e usuranti slogan, Bologna è rapinata della propria dignità, nelle scritte sul muro dell’abitazione del Prof. Biagi, ulteriore umiliazione a un morto che non può più difendersi.

Ma di quali simpatie pseudo brigatiste si tratta; quelle di oggi, quelle che imperversavano nelle piazze ieri? Di quali uomini in armi e incappucciati in piazza dobbiamo avere timore, se questo velleitarismo è ormai sconosciuto persino ai più vecchi e incalliti degli utopisti o rivoluzionari che dir si voglia.In queste camminate autocelebranti per la città, in queste scritte ordinatamente scomposte, qualcuno può pensare che ci sia una reinterpretazione a misura del nostro tempo?Mentre osservavo i volti dei contestatari, la mia esperienza spingeva la mente a misurare l’ingiustizia della spersonalizzazione, della eccessiva durezza dell’isolamento in un carcere, misure di contenimento legittime, ma che sospingono le persone a suicidarsi nella più colpevole indifferenza.

Una riflessione, un dissenso, non possono però essere ghermiti come clava, per favorire speculazioni ideologiche elaborate in troppi sepolcri imbiancati. Gli anni di piombo sono trascorsi, trapassati, non esiste il pericolo di contaminazione popolare, perché un’intera generazione è stata annientata, e quei ragazzi in corteo, gli altri che hanno imbrattato la memoria di un morto, non possono pensare di plagiare le coscienze attraverso vecchie e nuove istanze di terrore e sofferenza.Un grande scrittore contemporaneo ha decodificato questa irresponsabilità come “ la vergogna del sangue”. Dal canto mio, mi permetto di affermare che la memoria è nostra compagna di viaggio, mentre ci accorgiamo che non c’è una sola classe di studenti, una catena di montaggio di operai, un nucleo famigliare, un solo Dio eretto a delirio di potenza, ad affiancare questa disturbante rappresentazione.

Lo sparuto gruppo all’Aquila, gli altri con lo spray a Bologna, quanti con l’arroganza della violenza fuggono dalla vita propria e peggio, altrui, rischiano di rimanere al palo ad aspettare un tram che difficilmente si fermerà a raccogliere i ritardatari, quanti, nel frattempo saranno diventati replicanti di se stessi, ma che nessuno vorrà rivedere.

giovedì 24 maggio 2007

I TATUAGGI INVISIBILI DEL BULLO

Inblostro è lieto di presentare un post di Vincenzo Andraous


Sono stato invitato a un incontro con gli alunni delle scuole secondarie di 1° grado, con la presenza degli insegnanti e di alcuni medici di base.
Ho raccontato la mia adolescenza da bullo, da prevaricatore: un cancellino lanciato alle spalle della maestra, la gomitata sulla testa del compagno più debole, il gioco del capro espiatorio che ingiustamente patisce le pene dell’inferno, e calcio dopo calcio, silenzio dopo silenzio, il gruppo si rafforza, tutti dentro quel territorio ben delimitato.

I ragazzini stanno fermi sulle sedie, ascoltano la mia storia raccontata piano, comprendono che non è quella dei videogames, dei violenti scambiati per eroi, bensì è la storia della vergogna. Bulli crescono intorno a una equipe senza tanto tempo a disposizione, attraverso un giudizio espresso senza titolo, con l’impossibilità a leggere più in là di un voto elargito a piene mani. Prepotenti e sprinter dell’immediato bruciano le tappe nell’indifferenza colpevole, in quel cancellino lanciato, senza il timore del dazio da pagare, perché nessuno parlerà, nella sfida scagliata senza troppi inciampi, tatuaggi invisibili di medaglie guadagnate sul campo, un potere riconosciuto, che assomiglia a una condanna senza appello.
I bulli crescono e gli insegnanti sopravvivono, i genitori indisturbati sono in gara per poter vincere il traguardo del benessere, ognuno gioca la propria partita evitando la fatica di un confronto, un comportamento incomprensibile soprattutto da parte di chi è persona pratica della lettura, dell’osservare e ascoltare, di chi annota, verifica, e elabora strategie, per tentare di sfiorare quelle note nascoste, importanti al punto da rimanerne emozionati.

Adolescenti contaminati si addentrano nella trasgressione, nella devianza, mentre la società si dibatte nelle norme poco condivise, nel rigore e nella severità da usare chiaramente per l’altro, non per il proprio figlio.Vittime e carnefici diventano carne da macello, c’è chi muore e c’è chi rimane oltraggiato per l’intera esistenza.
I ragazzi mi guardano, la mia storia li fa preoccupare, perché con le malefatte perpetrate, prima o poi occorrerà farci i conti, nessuno è infallibile, e nessuno può pensare di continuare a fare il furbo impunito a spese del compagno.

L’incontro è con i ragazzi, sono qui per loro, perché non abbiano a fare i miei stessi errori da bullo, ma poi è con chi educa che si protrae la discussione, perché non sapere e quindi non intervenire, spiana la strada al riconoscimento di un potere vero e proprio del bullo all’interno del gruppo, e peggio dentro l’Istituzione.
Il prepotente che emargina il più debole, che esclude gli altri, che colpisce e infierisce, per guadagnare consenso, non è un problema abortito dalla scuola, ma una lacerazione della relazione, che produce incapacità a convivere, nonchè una forzatura al crescere insieme.

E’ davvero necessario che poli convergenti della collettività si incontrino e si confrontino: studenti, insegnanti, genitori, esperti, per far nascere delle idee e aiutare a diventare adulti insieme, ben sapendo, che se uno solo di questi poli sarà messo in “fuorigioco”, l’intero progetto è destinato a fallire.

venerdì 18 maggio 2007

LA DOPPIA TRAGEDIA CHE ATTRAVERSA LE COSCIENZE

Inblostro è lieto di opistare un post di Vincenzo Andraous

Ci sono metropolitane che sembrano vicoli senza uscita, sentieri dimenticati di ogni giorno qualunque.
Ma quel che è accaduto a Vanessa, non è il risultato di un luogo abbandonato a se stesso, di una zona rossa da scansare, di uno spazio ove non esiste sicurezza.
Quel che è successo là sotto, poteva accadere nel bel mezzo di un viale cittadino, il problema non sta nella poca o assente illuminazione, o nell’insufficienza di tutori dell’ordine.
Abbiamo un’Italia che sta conoscendo il fondo senza bisogno di raschiarlo con le unghie, un paese che ulula per la troppa immigrazione, ma rimane silenziosamente in disparte, a fronte della troppa subcultura che dilaga.
Mi viene in mente come gli zingari, i sinti, i rom, definiscono una persona di razza differente, o meglio di altra origine, dal momento che la razza umana è una sola: la chiamano “gagio”, per sottolineare erroneamente la totale diversità, tutta dentro una supposta supremazia razziale.
C’è una intolleranza che si insinua sottotraccia, fino a diventare una forma di razzismo capovolto, per cui non è più il cittadino italiano a rifiutare o addirittura a rigettare l’altro, ma è colui che s’avventura in terra straniera a incalzare per tenere a distanza.
Vanessa morta, le due ragazze dell’est in prigione, rappresentano la doppia tragedia che ci attraversa la coscienza: la vita umana cancellata senza un fremito e il comportamento che ne ha prodotto il gesto folle.
C’è davvero una insofferenza imbracciata come un mitra, dentro una prossimità fatta di bisogni, di necessarietà, di tensioni, che confondendosi si urtano vicendevolmente fino a creare ulteriore disagio, fino a far straripare la misura delle accettazioni ospitali, sotto la pressione di nuove e incombenti intolleranze, le quali non sono più riconducibili alle differenze religiose o culturali, bensì alle miserie umane, che disconoscono accoglienza e accompagnamento, e non riconoscono il valore della propria dignità nel rispetto dell’altro.
Vanessa è morta, due ragazze sono in carcere, giustizia è fatta, ma per qualcuno il bene, la solidarietà, la giustizia, sono solo simboli altisonanti, quel che conta è il resto, che è appunto di più.
Nel disagio che solitamente attribuiamo a questa invasione di umanità, c’è solo un aspetto del disagio che viviamo tutti, che potrà trovare soluzione all’interno di un ripensamento culturale, proprio perché l’assenza eterna di Vanessa è fardello di tutti, e non è possibile scaricarla sul dolore solitario provocato dalla vittima di turno.
Vincenzo Andraous

giovedì 26 aprile 2007

NULLATENENTI DELLE RELAZIONI

[Inblostro, il blog di Inchiostro è lieto di ospitare un post di Vincenzo Andraous ]

Ora che i riflettori sono stati spenti e la grancassa mediatica ha smesso di emettere suoni scomposti, forse sarà possibile ricordare con maggior delicatezza e buon senso Matteo e i suoi sedici anni.

Forse sarà possibile rammentare il valore delle parole, quelle che non intendono farsi condizionare da altre più altisonanti, lanciate a grappolo per creare una labirintite artificiale, quelle parole che possono chiarire le responsabilità vere, che non stanno sulle labbra dell’intrattenitore di turno, o sulla battuta pronta di chi vuol rimanere dietro le quinte del dolore, escludendo la possibilità di una via di emergenza che non di rado salva la vita.
La scuola è un ammasso informe di linee didattiche, spesso contrapposte alle relazioni importanti che fanno crescere.

La famiglia è diventata un ibrido travestito di buone intenzioni.
I giovani una tribù di selvaggi tutti uguali, omologati, disordinati.
Queste erano e sono le etichette e i luoghi comuni con cui si liquidano assai malamente le tragedie di una società caduta in disuso, per l’incapacità di comprendere quanto incivile sia disperdere la propria coscienza critica, anche nel caso questa sottoscriva un malcostume diventato trend nazionale.

Quanto diseducativo può diventare il tentativo di lenire un dolore lacerante con la divulgazione di verità contraffatte.
Chi la scuola l’ha abbandonata a un’età obbligante, sa bene che il rimpianto non è una condizione attenuante.
Chi nella famiglia non ha trovato amore che protegge ma una via di fuga alla cieca, sa bene come la selva oscura può ingannare al punto da farti soccombere.
Chi in gioventù ha bruciato le tappe del tutto e subito, sa bene come è facile perdere la propria dignità e depredarne parte agli altri.

Questa è la società che abbiamo in sorte, non era migliore quella precedente, piuttosto siamo cambiati noi, sono cambiate le sensibilità e quindi le attenzioni da esibire: nella fisicità che irrompe nella domanda, nella fragilità che traspare alla risposta.
Atteggiamento diseducativo a tal punto da semplificare la scomparsa di Matteo come il risultato di una debolezza inconfessabile.

Allora basterebbe guardare negli occhi quei ragazzi idioti e riferirgli che gay potrebbe significare “ valgo quanto voi “, mentre loro, i bulli del “10 contro 1” , “ non valete quanto Matteo”.
Basterebbe pensare alla scuola come a un luogo che insegna dalle retrovie la storia che appartiene a ognuno, incocciandone le anse e gli anfratti, mai delegando ad altri oneri propri, mai caricandosi deleghe che non le competono.
Basterebbe davvero accettarla questa sfida sbraitata dal bullismo contemporaneo, da questi nullatenenti delle relazioni, e facendolo evitare inutili paragoni con il passato, piuttosto cercando di ricordare Matteo con coraggio e coerenza, con la fermezza necessaria a educare al dialogo e all’ascolto.

lunedì 9 aprile 2007

BULLI CON LE SPALLE AL MURO

Guardavo il telegiornale e il servizio che andava in onda parlava di scuola, di studenti, di bullismo. Un telefonino aveva ripreso tutta la scena, il bullo che dall’ultimo banco scagliava un astuccio all’indirizzo della professoressa che stava scrivendo alla lavagna, colpendola alla nuca. Gli altri alunni seduti immobili come se nulla fosse accaduto, mentre l’insegnante in lacrime fuggiva dalla stanza.
Osservando la scena alla televisione, ho sentito un brivido percorrermi la schiena: in quei fotogrammi, quel ragazzo nascosto dall’ultimo fila, quel lancio codardo a colpire alle spalle, ho rivisto un altro bullo allo sbaraglio, in quei ragazzi educatamente seduti ai loro banchi, ho ricordato altri compagni, in quella fuga scomposta l’umiliazione di altre persone incolpevoli.
Il telegiornale mi ha rispedito a una classe anonima, dove rimanere un figurante non protagonista del proprio vivere, e diventare “diverso” a scuola, in famiglia, nella strada, è stato il passo più breve per fare conoscenza dapprima con un carcere per minorenni, poi con il resto del panorama penitenziario.
Le risate dei ragazzi intorno al bullo risuonano come mine vaganti, il filmato ne conserva i ghigni soddisfatti, e in questa desolante attualità, fanno capolino i genitori diventati specialisti forensi, protesi all’assoluzione in formula piena, mentre gli stessi professori sono ridotti a semplici trasmettitori di mere nozioni, poco interessati alla tecnica dialogica, che però consente di instaurare relazioni importanti, che portano alla conoscenza delle retrovie dove scorrono le ansie, il panico, le solitudini, i progetti immaturi che disconoscono le mediazioni.
In quelle immagini si percepisce una sensazione amara di angoscia, con la tentazione di scrollare le spalle per non chiedersi chi fermerà la mano di quel ragazzo, per evitare una seconda volta che potrebbe rasentare la tragedia, e ci faccia sentire tutti coinvolti, nessuno escluso dal farci i conti.
Senz’altro è importante che specialisti e riferimenti autorevoli sinergicamente facciano sentire il peso delle loro professionalità, con la messa in rete di interventi capaci, ma forse occorre un’azione ancor più incisiva, e soprattutto invasiva, occorre dare e fare testimonianza attraverso il proprio vissuto, la propria storia personale, dolorosa e inquietante, a tal punto da mettere con le spalle al muro il rischio di una infantilizzazione che nasconde fragilità e vuoti esistenziali.
A un giovane arrabbiato non è la predicozza a colpirlo sul mento, bensì il porsi a fronte mettendo insieme il coraggio sufficiente per spiegare la sofferenza che può scaturire da un gesto estremo.
Giovani studenti travestiti da guerrieri, a rimarcare la mancanza di rispetto del mondo adulto, affascinati dalla scoperta della violenza tra i pari, perdendo contatto con le ore ferme, ripetute, nel bisogno di fendere l’aria con il taglio della mano, nel tentativo di rincorrere il tempo che si allontana……..senza però raggiungerlo mai, anzi perdendone i pezzi migliori, quelli più importanti, perché non ritorneranno più.
Vincenzo Andraous

lunedì 12 marzo 2007

Bullismo e tautologie inconcludenti

La redazione di Inchiostro è orgogliosa di pubblicare un articolo di Vincenzo Andraous

Adolescenti come plotoni di esecuzione, pronti a destabilizzare i più deboli, sempre addosso a chi non può reagire.
Bullismo ed eroi di cartone, furbi e codardia sospesa a mezz’aria, una dimensione di imbecillità con la patente a punti di bravi ragazzi, il tutto ben nascosto dalla viltà del gruppo che opprime il singolo.

Se non ricordo male ai miei tempi, esisteva l’esatto contrario del bullismo attuale, infatti il disagio aggrediva il singolo, ponendolo solo contro tutti.
Il solitario scopriva gli strumenti della violenza e della diversità, per diventare protagonista, per apparire, nel tentativo di colmare il vuoto in famiglia, la precarietà finanziaria, la mancanza di riferimenti certi, di valori condivisi.

Quel ragazzo scelse la diversità come propria corazza e propria spada, fino al giorno dell’abbandono della scuola, della famiglia, all’incontro con la strada e con il carcere.
In questo presente c’è una scuola priva di autorevolezza, una scuola e una famiglia prive di allenatori alla vita, perché dispersi dalla delegittimazione.
C’è invece un recinto dove incontrarsi per scontrarsi, in preparazione del botto finale da pagare al destino sempre in agguato.

Le teorie si sprecano nei riguardi della trasgressione, della violenza giovanile, del bullismo, un dispendio inusitato di tautologie inconcludenti, di dottrine pedagogiche che adottano l’eteroeducazione invece di una sana autoeducazione, per cui chi sta in cattedra ritiene di educare solamente gli altri, negando la necessità di doversi formare e rinnovare a un nuovo “sentire educativo “.



C’è un disamore adulto, che permette fughe in avanti a quanti pensano di aggiustare la propria personalità inadeguata, con la prepotenza degli atteggiamenti omertosi, che mettono in “sicurezza “ i pochi “duri” dell’ultimo banco, dietro ai tanti inconsapevoli complici di molteplici vigliaccate.



Ieri il bullo era l’unico diverso, destinato immediatamente al macero, oggi è divenuto eroe manifesto, non tanto per la sua fisicità, soprattutto per la silenziosa maggioranza all’intorno.
E’ un’anomalia istituzionale lo spazio in cui il bullo rimane in piedi eretto come un vessillo, mentre la vittima incassa l’ennesima sconfitta in termini di dignità rapinata e giustizia beffata.
In questo mare apparentemente sommerso di contraddizioni, incontro tanti giovani, e rimango stupito, perché sebbene non riesca a individuare bulli, furbi, né ottusi, questa mimetizzazione mi conferma l’urgenza di raccontare la storia di quel bullo di altri tempi, di quel coetaneo che s’è perduto in tragedie irripetibili, perché viltà non è dignità, e imbecillità non è intelligenza.



Diviene davvero un dovere raccontare di quel confine, sì, sottile, ma irrinunciabile, che separa sempre una legge di sangue da una legge del cuore, oppure di quanto è difficile essere uomini per saper scegliere, per saper credere negli altri, per farsi aiutare a diventare architetti di domani.
Noi continuiamo a parlare di bullismo, mai di professori e genitori in disarmo, perché divenuti autorevoli assolutori, ognuno indaffarato a delineare la soglia minima di attenzione, ciascuno a definire bravate le future scivolate.


Forse per arginare lo scempio, non serve assumere toni salvifici, o quel falso interventismo di un momento, forse per rendere quel ragazzo meno strafottente, occorre trovare il tempo per guardarlo negli occhi, in forza di una autorevolezza riconosciuta, perché guadagnata sul campo, non certamente perché ereditata dalle fatiche e dai sacrifici altrui.





Vincenzo Andraous

giovedì 15 febbraio 2007

Brigate rosse e amnesie generazionali

[Il blog di Inchiostro è lieto di ospitare un post di Vincenzo Andraous]

Sono tempi che non consentono cadute all’indietro, vuoti di memoria, amnesie culturali e generazionali.Rivoluzione e brigate rosse, risoluzioni e comunicati. Tanti anni fa esisteva il ruggito proletario che mieteva vittime e speranze all’insegna di un ipnotismo collettivo, sì, delirante, ma anche condiviso dalle masse più influenzabili, lacerate da aspettative disattese. Un brigatismo forgiato nelle scuole, nelle fabbriche, nelle periferie dimenticate. Persino nelle celle di un carcere si esorcizzava la paura della sconfitta, dubitosa all’inizio, più certa nel corso della battaglia. Anche nella libertà perduta l’assolutismo ottuso era vinto nell’alcol delle parole, degli slogans inebetiti e inebetenti, nei volti inchiodati alle sbarre delle finestre, in attesa di una liberazione che non sarebbe mai avvenuta. Era l’utopia a fare da conduttrice ai sentimenti, a fare da maschera alle proprie inadeguatezze.

Questi tempi odierni sono diversi, non solo sono cambiate le condizioni per gli inarrestabili mutamenti intervenuti, soprattutto sono cambiati gli uomini, le persone, le generazioni. Queste nuove brigate rosse, questi nuovi avamposti del ferro e del fuoco, fanno intravedere una simbiosi scombinata di ben altra realtà.
Si è parlato molto delle babygang, di come fanno o meglio pensano di fare collettivo, di come recintano un’area dove tutto può essere condiviso. Giovani perbene perché finanziariamente approvvigionati, giovani con poche monete nelle tasche, ma tutti disagiati, perchè senza idee, sprovvisti di tecniche dialettiche e politiche, di estremismi pseudo-solidali.



Il presunto terrorista che oggi si presenta sul palcoscenico nazionale, è qualcuno che ha perso il suo tempo, che veste abiti mentali vetusti e tarlati da un decennio di vita a vivere, e non di vita da combattere a tutti i costi. E’ qualcuno, sì, fornito di cultura, di nozioni tecniche economiche, ma solo in apparenza è un conduttore autorevole, perché nonostante il suo carico di terrore, di metriche logorroiche, tradisce la propria identità di educatore di anime delittuosamente ingenue, di anime purtroppo già derelitte e sconfitte. E’ qualcuno che tradisce una identità non libera né liberante, che non possiede edificio da ricostruire sulle ceneri del passato, proprio perché chi rifiuta le scelte, tutte, in blocco, non conosce libertà, né può essersi mai sentito un uomo libero.

Allora, e con sorpresa, non ci sono solamente le babygang a scorrazzare sulle strade, c’è un nuovo soggetto che irrompe nella nostra società, sparuto gruppo dell’ultima fila, ospiti fissi dei rifugi del comodo silenzio, interrotto dalla frazione di uno sparo, attori inconsapevoli della propria patologia di Peter Pan, confermata nelle miserie esistenziali di uomini infantilizzati dal disimpegno, dal rifiuto del dialogo, del confronto.

Uomini sempre più soli, destinati al macero, come le parole rubate sui libri di storia, distorte fino a farle diventare replicanti di se stesse, in un remake degli anni di piombo, che nessuno vorrà rivedere.

Mai più.

sabato 10 febbraio 2007

Colpi sotto la cintura

[Il blog di Inchiostro è lieto di ospitare un post di Vincenzo Andraous]
In questi giorni si sprecano lacrime, accuse, opzioni più o meno ardite per fare Giustizia di un accadimento tragico, culminato con la morte di un uomo.
Ucciso a margine di una partita di pallone, volutamente a margine, per significare la distanza che ormai intercorre tra il gioco e la realtà che incombe.

Per dare senso a questa morte non c’è bisogno di andare a parare nelle scienze sociali, nelle violenze di altre epoche: ove la civilizzazione è più alta, più è certa la tragedia dietro l’angolo.
Se di disagio si tratta, non è certamente riconducibile alle regioni dello stivale basso, per intenderci quelle dal reddito iniquo, infatti quanto ha investito Catania, non è associabile al solito luogo comune del sud mafioso, contaminato dalle organizzazioni criminali, perché i morti ammazzati ci sono stati a Catania, come a Milano , Genova, Roma e Ascoli.
Ci si ostina a quantificare i commandos spaccaossa a pochi sparuti gruppi di criminali, per cui basterebbe poco per renderli inoffensivi.

Anche questa disamina appare una sorta di sociologia spicciola, è vuoto il calice della conoscenza di fronte a un uomo disteso sul selciato, riverso con gli occhi increduli sulla lacerazione inferta all’umanità.

Forse per avvicinare una soluzione occorre chiederci perché le famiglie non frequentano più lo stadio, mentre i loro figli ne riempiono le biglietterie.
Forse occorre osservare meglio dentro il nucleo famigliare, dove i grandi corrono e i più giovani si ingozzano al Mcdonald, e domandarci se coloro che hanno scatenato quell’intifada nostrana, non siano invece residuati di una diseducazione reiterata ottusamente, a partire dallo spinello che fa gruppo ed è cosa assai normale, dall’andare in tre sul motorino impennato senza casco, all’abbandono della scuola per coma etilico, alla partecipazione al branco cittadino, a quello periferico, nei pugni dati senza rumore, per strappare il telefonino o altro.



I disordini di Catania

Occorre il castigo esemplare, come ha sentenziato qualcuno, ma forse è anche necessario ritrovare abitudine alla fatica della spiegazione, abitudine al dovere dell’educare, abitudine a raccogliere i cocci, per non dover fare i conti con la furbizia come valore assunto a norma, soprattutto nei tanti giovani ridotti a isole solitarie, che preferiscono rimanere inglobati nelle truppe d’assalto allo stadio.

Idioti culturali li hanno denominati, ma in quella piazza a Catania tra figli di papà, figli di mammà, e figli di ndrocchia, si è sottoscritto un crudo epitaffio, che non può e non deve essere ascritto ipocritamente alla inefficacia delle istituzioni, alla inefficienza delle agenzie di controllo, allo Stato supino, per una volta sarebbe bene fare leva sull’uso improprio delle parole perpetrato intorno alle nostre tavole, mentre ci addormentiamo nelle nostre sicurezze vane, in fin dei conti ai nostri figli non potrà succedere mai, perché sono quelli degli altri a prendere a sassate la vita di un uomo.